La ferrea decisione di Facebook di contrastare, mediante uno strumento, la “propaganda disinformativa” proveniente dal Cremlino tramite think tank (Russkiy Mir), canali televisivi multilingue (RT) e agenzie di stampa (Sputnik) costituisce, quasi paradossalmente, una netta vittoria per la Russia.

Al di là della vitale necessità di quest’ultima di avere un apparato di informazione in grado di rispondere per le rime alla stucchevole propaganda occidentale – “i forni crematori di Bashar al-Assad a Saydnaya”, per intenderci – il social network dimostra di non avere argomenti per controbattere, preferendo dubitare pregiudizievolmente della bontà e della veridicità delle notizie “non allineate” e facendo la figura da perdente, perché chi censura lo è per definizione e a prescindere.

Dimostrazioni palesi di russofobia che, in primis, aumenteranno vertiginosamente i consensi di Vladimir Putin sia in Russia che in Occidente e, in secundis, faranno pubblicità gratuita proprio ai tanto odiati network russi, i quali saranno visti da migliaia di persone solamente per la pura curiosità di constatare quanto ci sia di così “propagandistico” nei loro servizi e nelle loro trasmissioni. Complimenti al mondo liberal per l’ennesima figuraccia e per l’ennesimo appecoronamento a qualche diktat proveniente dal Dipartimento di Stato USA o dal Congresso.

Le notizie quotidiane, a dicembre del 2016, provenienti dai White Helmets sui “millemila milioni” di ospedali bombardati e sui “clown” uccisi ad Aleppo – ad abile copertura nei confronti della decapitazione, ad opera di Nur al-Din Zanki, di Abdullah Issa, bimbo palestinese di 12 anni scambiato per un membro della brigata al-Quds, vicina a Damasco – non sono stati propaganda atta a sdoganare “bombardamenti umanitari”? E il presunto “attacco chimico” a Khan Sheikhoun, il 04 aprile 2017? Legittime domande alle quali non si avrà risposta.

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