Un piano per fermare gli sbarchi in Italia provenienti dalla Libia che proviene direttamente da Mosca: è questo quello che è emerso nelle ultime settimane, a seguito di un’intensa attività diplomatica svolta dal Cremlino il quale ha, come obiettivo, quello di mettere più incisivamente le mani nella difficile matassa libica, lì dove lo scenario appare ancora più drammatico e di difficile soluzione rispetto alla stessa Siria, paese dove i russi sono impegnati attivamente dall’ottobre 2015 al fianco dell’alleato Bashar Al Assad all’interno della guerra civile iniziata nel 2011. Proprio nel marzo di quell’anno, le Nazioni Unite hanno dato il via libera per i raid contro Gheddafi su Tripoli e sul resto dell’ex colonia italiana, con la missione aerea spinta soprattutto da Londra e Parigi ed effettuata sotto le insegne della NATO che, nel giro di pochi mesi, ha portato alla caduta del colonnello; da allora, è l’Italia il paese più esposto alla crisi che ha investito la Libia, specialmente proprio sul fronte dei migranti.

L’apertura di Mosca ad Al Serray e la nomina di Lev Dengov come delegato per la Libia

E’ dal mese di settembre che, dalla capitale russa, arrivano ampi segnali di volontà nell’esercitare un importante ruolo nella pacificazione della Libia; Mosca, in particolare, dopo essere stata attivamente vicina al generale Haftar, a capo di un esercito che controlla gran parte della Cirenaica e parte della Tripolitania sotto le insegne del governo di Tobruck, da tre mesi a questa parte sta attuando una politica volta a dare un’immagine di equidistanza tra i vari diversi esecutivi libici che si contendono il potere, in modo da rivendicare un ruolo da mediatore nell’intricato puzzle del paese magrebino. La svolta, in tal senso, è arrivata sul finire dell’estate scorsa ed ha avuto come protagonista il presidente ceceno, Ramzan Kadyrov; Putin, assieme al suo entourage, ha dato il benestare al piano di includere nel processo di stabilizzazione della Libia il governo ceceno, al pari di come accaduto già nello scenario siriano in occasione della liberazione di Aleppo, lì dove un contingente di soldati della repubblica caucasica è presente con compiti di gestione della sicurezza.

L’interessamento di Kadyrov e del suo governo, da parte di Mosca, risiede probabilmente nella capacità di mediazione dei ceceni con i libici data dalla comune appartenenza alla fede musulmana; dopo una prima serie di incontri, dal palazzo presidenziale di Grozny è arrivata l’indicazione di porre ufficialmente a capo della gestione dei rapporti con la LibiaLev Dengov, già a capo del ‘Gruppo di Contatto russo – libico’. Dopo la sua nomina, sono iniziati una serie di incontri diplomatici che hanno iniziato ad aprire i primi canali di dialogo lungo l’asse Tripoli – Mosca, con Dengov ed il governo ceceno primi protagonisti; non è un caso che, proprio nel mese di settembre, Ahmed Maetig ha incontrato Kadyrov a Grozny ed il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, a Mosca. Maetig non è certo un personaggio di secondo piano: è lui infatti il numero due del governo guidato da Al Serray, quello cioè ufficialmente riconosciuto dall’ONU ed il cui potere è contrapposto alle mire di Haftar e dell’esecutivo con sede a Tobruck.

Con l’apertura di ufficiali canali diplomatici tra Al Serray e Putin, il delegato russo Lev Dengov ha iniziato ad affrontare alcune delle più spinose questioni del dossier libico; tra tutte, anche quella legata all’immigrazione: la stabilità dell’ex colonia italiana, obiettivo cardine della missione russo – cecena, passa anche se non soprattutto tramite il controllo dei confini ed il contrasto a quelle organizzazioni criminali che hanno trasformato il Sahara in una gigantesca autostrada per il traffico di esseri umani. Ecco perché Dengov, come da lui stesso ricostruito in un’intervista rilasciata a Repubblica, ha da subito messo in cantiere una serie di incontri con tribù e sindaci del Fezzan: “Capiamo che ogni passo positivo verso la stabilizzazione della situazione politica, economica e umanitaria nel Sud della Libia – si legge tra le sue dichiarazioni – può aiutare a creare le condizioni per interrompere il flusso di migranti verso il Nord del Paese e da lì verso l’ Europa, dove l’ Italia risulta essere il paese più colpito”.

La difficile condizione del Fezzan

La regione meridionale della Libia è tra le più complesse sia per la sua composizione territoriale che etnica: il Fezzan, questo il nome storico dell’area, è grande due volte l’Italia ma ha soltanto quattrocentomila abitanti ed è in gran parte coperto dalle rocce e dalle dune del Sahara; al suo interno, da secoli convivono diverse etnie e tribù ma, la principale distinzione in tal senso può essere effettuata tra Tebu e Tuareg: etnia di ceppo etiope la prima, sono invece berberi gli individui che compongono la seconda. Durante l’era di Gheddafi, Tripoli riusciva in qualche modo a far rispettare la sovranità di Tripoli ed a controllare la regione e, anche se i Tebu accusavano i Tuareg di essere favoriti dal rais libico, non sono state registrate particolari tensioni nell’area e questo ha comportato, tra le altre cose, un più facile controllo del delicato confine con il Niger. La situazione è drasticamente cambiata nel 2011: senza un forte potere centrale, Tebu e Tuareg hanno iniziato a fronteggiarsi e, a complicare il quadro, sono stati anche gli scontri tra altre tribù locali che hanno iniziato a contendersi il predominio della zona.

E’ il caso, ad esempio, della cosiddetta ‘guerra della scimmia’ scoppiata a Sebha nel novembre 2016 a causa dell’aggressione di una scimmia, scappata da una bancherella gestita da un uomo dei Gaddadfa (la tribù a cui appartiene la famiglia Gheddafi), nei confronti di una ragazza della tribù degli Awlad Suleiman, legata alla confraternita salafita dei Senussi e rivale del clan sopra menzionato; episodi che hanno dimostrato, ancora una volta, la difficile situazione in cui versa il Fezzan dove, anche con pretesti apparentemente secondari, la tensione appare costantemente in procinto di esplodere e dare vita a sanguinose battaglie. In tutto questo, a lucrare maggiormente sono stati i carovanieri del deserto che, grazie sia alla complicità di alcuni clan locali che alla mancanza di controllo del territorio, hanno potuto impiantare in Libia ogni genere di contrabbando a partire, in primo luogo, dal redditizio traffico di migranti verso le coste del Mediterraneo.

Il piano di Mosca passa dalla stabilità del sud della Libia

Lev Dengov, come sopra accennato, ha da subito messo in cantiere una serie di incontri tra le tribù ed i principali rappresentanti delle varie etnie che compongono questa immensa regione meridionale della Libia; il modello ricalca, a grandi linee, quello già tracciato dal nostro Ministro degli Interni, Marco Minniti, il quale lo scorso 30 marzo ha radunato al Viminale gli inviati delle tribù del Fezzan per cercare accordi interni volti a controllare il confine con il Niger e, soprattutto, le principali arterie dove transitano i contrabbandieri. Il piano russo, oltre agli accordi di pace tra le varie entità del sud della Libia, mira anche alla distribuzione di aiuti umanitari e ad una gestione delle risorse volta a far ripartire un’economia collassata da ormai sei anni il tutto, tra le altre cose, passando da un’intesa per la riconciliazione con il governo di Tripoli; in poche parole, gli obiettivi cardini da parte russa sono tre: ristabilimento di buone relazioni tra le tribù del Fezzan, riconciliazione di tali tribù con l’esecutivo centrale ed aiuti umanitari oltre che economici.

Sulla Libia dunque, la Russia sembra voler procedere per tappe: dopo l’apertura del dialogo con Al Serray, grazie all’intermediazione dei ceceni, ed a seguito inoltre della nomina di un delegato per la gestione dei rapporti con l’ex colonia italiana, adesso è la volta della stabilizzazione della parte più vulnerabile del paese e della normalizzazione dei rapporti tra l’intero Fezzan e l’esecutivo centrale. Giocare un ruolo di primo piano nel processo, delicato e difficile ma al tempo stesso vitale per il Medio Oriente ed il Mediterraneo, di stabilizzazione della Libia vuol dire, per Mosca, poter accrescere maggiormente il proprio ruolo in una delle regioni più importanti e delicate del contesto internazionale.

Fonte

Tag correlati: ; ; ; ; ;