I giovani tunisini sono indagati dai Ros : bisogna attendere la Cassazione

Cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere per altrettanti giovani tunisini indagati dai Ros dei carabinieri, coordinati dal pm Andrea Padalino, per terrorismo internazionale. Lo ha deciso il Tribunale della Libertà, accogliendo così la tesi degli investigatori torinesi. Le misure però non possono essere ancora eseguite poiché gli indagati hanno tempo per presentare ricorso in Cassazione. Solo se la Suprema Corte accoglierà la tesi della procura, le misure potranno essere applicate.

A destra Labidi Wael, monitorato a Torino e morto in Siria, e il selfie con il terrorista noto per aver catturato un pilota giordano nel 201

I FATTI

I cinque, più altri due sospettati che per il momento sono rimasti esclusi dall’inchiesta, avrebbero costituito in Italia una cellula dell’Isis. Tre di loro si trovano agli arresti domiciliari per spaccio di droga. Gli altri due invece non sono rintracciabili in quanto sarebbero caduti combattendo o sotto i bombardamenti alleati sul fronte siro-irakeno. La procura di Torino aveva chiesto gli arresti il 17 maggio, ma un gip, il 21 giugno, aveva respinto l’istanza.

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IL RICORSO

Il pm Andrea Padalino ha fatto ricorso al tribunale del riesame del Piemonte che nei giorni scorsi gli ha dato ragione. L’inchiesta era partita da una segnalazione ai Ros dei carabinieri che, attraverso l’esame del profilo facebook di un tunisino residente a Torino con una serie di precedenti per spaccio di droga, era in contatto con alcuni miliziani del Califfato. Questi ultimi gli avevano comunicato la notizia della morte degli amici. Lui prometteva di seguirne le orme con un attentato suicida da effettuarsi in Italia. Poi, lasciata Torino, il tunisino era stato rintracciato dai carabinieri in Toscana dove era stato arrestato.
LE INDAGINI

Nel frattempo le indagini si estendevano alla rete islamica che si andava rafforzando anche a Torino e cintura, in particolare a Rivalta, dove risiedeva uno dei foreign fighters uccisi in Siria. Era stato scoperto che alcuni aspiranti miliziani, per ottenere i permessi di soggiorno, si erano iscritti all’università, ottenendo anche una borsa di studio.

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